Dedicata

Il cielo, stanotte, s’è rosicchiato un pezzo di luna. L’aria è umida e ha un odore di palude.

I campi, intorno, sonnecchiano sotto uno strato di brina. E c’è un trampoliere bianco, immobile in mezzo alla terra nera.

Sembra guardi me.

Cammino su questa strada con passo svelto e deciso di chi sa dove deve andare. Ma in realtà, a conti fatti, mi sono perso.

Da questa distanza non è che ci veda proprio bene, ma il suo biancore quasi m’ipnotizza. Mi fermo per guardare meglio. Avvicinandomi piano perché non voli via.

Metto i piedi nella terra di campagna quasi con reverenza che non sia mai mi voglia risucchiare perché l’ho calpestata. È giovane di semina. Almeno così mi sembra vedendo i solchi profondi segnati dall’aratro.

Mi viene in mente che sulla strada appena abbandonata, ci sono alberi bellissimi e solitari sul ciglio polveroso. Da sopra non si vedono le infinite terminazioni che si collegano ad altri esseri, ad altri mondi. Le radici. Quelle che rimangono sempre nascoste.

Faccio questi pensieri e avanzo nella natura. Il trampoliere bianco è sempre lì, fiero e raffinato.

Il cielo ha rosicchiato un altro spicchio di luna.

Le luci di una casa affiorano in lontananza.

Avanzo nella terra con passo da lupo e quasi mi viene di mettermi a quattro zampe.

Ma più mi avvicino e più mi sembra strano. Quel biancore che tanto m’attraeva, m’appare adesso smorto, privo di energia. M’accorgo che i suoi trampoli sono legati ad una catena e che la catena è conficcata nel terreno come una pianta cattiva.

Con le mani fredde scavo, cercando l’origine della sua prigionia. Perché mi fa una certa pena e voglio liberarlo. Ma più scavo più la terra si ricompatta arcigna come prima.

Il trampoliere non emette suono, sta fermo lì senza risentimento. Non prova a starnazzare. Sembra non avere alcuna pena. Quello angosciato sono io; che me ne sto a faccia a terra come un animale, con gli occhi che mi saltano fuori dalle orbite.

Mi sento impotente eppure ho la forza ancora di guardare quell’essere vivente che attende non so cosa.

Mi rialzo piano e adesso sono a un passo, a un passo solamente, quasi da poterlo toccare. Ma non lo sfioro. Se mi azzardo a farlo potrebbe frantumarsi tra le mani. È un essere molto delicato.

Allora aspetto. Aspetto che il tempo passi.

Mi risuonano nella testa i versi di una vecchia canzone: «La notte è così tersa e forse anche morire non fa male». Mi addormento con quella frase a fior di labbra. E passa anche la notte simile ad un fiume che non posso vedere.

Mi sveglio perché un raggio di sole mi scalda come una coperta che qualcuno ti ha messo addosso per non farti raffreddare. Una sensazione di tepore m’avvolge tutto. E guardo attorno a me la campagna pigra che cerca di rinascere.

Mi rendo conto che del trampoliere non c’è traccia. Come se l’avessi sognato in un’altra vita.

Ma non era un sogno. Di questo ne sono certo. Tant’è che la catena giace morta sulla terra nera.

Mentre m’accingo a ritornare sulla mia strada quotidiana, di colpo, alle mie spalle, uno stormo di cicogne prende il volo. Non so da dove spuntino e non so dove stanno andando.

Sono talmente belle che mi viene da piangere. Ma mi trattengo e cerco di sorridere.

Penso a quel trampoliere bianco che adesso è libero di volare dove vuole.

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Ritratto di me stesso da giovane

Dune di sabbia.

Una sagoma armeggia con il fodero di un treppiedi.

Lo sguardo è basso. Gli occhi semichiusi nascondono un nero di gazza.

Di profilo il mondo è forse meno complicato.

Sembra solo.

Un sorriso a mezza bocca lo fa apparire sereno. Nel giusto posto. Quello che fa non è dato saperlo. Forse gioca a fare il regista, forse il fotografo, chissà.

È ancora un ragazzo. È ancora un ragazzo.

Le dune di sabbia nascondono crateri nel futuro. Punti ciechi, misteriosi.

E lui, il guaglione, il giovanotto, armeggia come uno proprio indaffarato.

Cerca un modo per comunicare. Lui che in quanto a comunicazione non è mica un campione, anzi.

Se si potessero vedere le nuvole, sarebbero isole sterminate: soffici illusioni. Intere regioni coltivate nell’anima.

Ma le nuvole non si vedono. Non ce ne sono. Il cielo è troppo sereno, troppo uniforme, troppo ceruleo.

Lo sguardo è basso e non guarda: non vuole immaginare nient’altro.

I capelli sono lunghi, sopra le spalle. Un vezzo, un capriccio di ribellione. Come le basette a punta.

Andare nel mondo con uno sguardo vivo. Con la curiosità dei gatti.

Vorrei dire a quel ragazzo che la strada che ha davanti è lunga e tortuosa. Ma mi sto zitto. Lo capirà da solo.

Lo vedo proprio così, in questa vecchia foto che oggi stringo tra le mani. Una foto seppiata. Una foto d’epoca.

E allora, la guardo ancora, la fotografia. Mi sembra una cosa preziosa.

È ancora un ragazzo, mi dico, è ancora un ragazzo.

Benedici questa casa

Stavo sognando. Si, dormivo. Ho aperto gli occhi e ho fissato il soffitto. Il solito soffitto della mia camera da letto. La luce filtra dalla finestra con timidezza. Sarà colpa della tenda. Forse è troppo spessa.

Scendo dal letto con il piede sinistro, quello giusto. La camera da letto è sempre la solita. L’armadio grande con lo specchio impietoso che mi fissa mentre dormo. I due comodini in finto noce, uno a destra e l’altro a sinistra. Io dormo a sinistra. Sempre a sinistra. I cuscini variopinti sparsi per terra, mi fanno pensare ad una lotta appena terminata. Vera è accanto a me. Lei dorme ancora.

Sono in piedi e vado in cucina. Quando mi sveglio, vado dritto in cucina. Il caffè prima, poi tutto il resto. Attraversando il salone, la luce è quasi un abbaglio. In cucina non ci sono tende e dal lucernario m’invade il mattino. Metto la moka sul fuoco, c’è solo il silenzio, rotto dal brusio del frigorifero. Mi siedo un momento e attendo il miracolo. Dal punto preciso in cui sono seduto mi guardo intorno. E’ proprio bella la mia casa. Piccola ma bella. La moka borbotta. Sembra di sentirmi mentre lavoro. Più di un collega mi ha paragonato ad una caffettiera quando mi lamento delle condizioni lavorative.

Lavoro in un posto che è un porto di mare. Gente che viene e gente che va. Ed io sempre lì che resisto. Resisto come l’orologio grande appeso al muro. Tic tac tic tac.

Il caffè è pronto e decido di berlo sul divano. Al diavolo il tempo. Dopo farò tutto in velocità. Seduto sul divano del salone guardo la libreria che prende tutta la parete lunga della stanza. Tutti i libri letti. Tutti quelli amati. Non ho più spazio, mi dico, dovrei comprare una libreria più grande.

Sul muro di fronte ho appeso una riproduzione di un quadro di Dario Fo. Me lo sono fatto autografare in uno degli ultimi spettacoli del grande Dario. E’ rappresentata la storia del lupo di Gubbio. Ogni volta che lo guardo vengo catturato dai colori che si mescolano sulla tela. Un vortice dal quale è difficile uscire. La tela emana una luce benefica. Mi piace pensare che il quadro protegga la casa dalle brutte vibrazioni.

Suona il citofono ma non rispondo. Sarà sicuramente la pubblicità o qualcuno che vuole venderti qualcosa. Di sicuro una nuova tariffa energetica adatta alle mie esigenze. Capisco subito che si tratta di un venditore, perché dopo il mio, tutti i citofono del palazzo hanno suonato ripetutamente. Aspetto qualche secondo fissando ancora il quadro, ma la magia è svanita per colpa di qualcuno che nemmeno conosco, che cattiveria.

Quando ho finito di bere il caffè me ne vado in bagno, il fatto è automatico. Passando vicino alla porta d’ingresso, m’accorgo che in alto, nell’angolo, s’è formata una grande ragnatela. In verità in quasi tutti gli angoli del salone ci sono ragnatele. Ma io non le voglio togliere. Nonostante Vera. I ragni portano fortuna e a me (come a chiunque) ne serve un pochino.

Diciamo che io i ragni li ho adottati. Sono silenziosi, discreti e poi se catturano qualche zanzara tanto di guadagnato.

In bagno non ci metto tanto. Sono un orologio svizzero per quello. Mi lavo la faccia e guardo le piastrelle bianche e blu che coprono quasi tutte le superfici. L’accoppiata di colori mi da pace. Quando venimmo a vedere la casa, la prima volta insieme a Vera, fu la cosa che ci colpì di più. E questa sensazione dura ancora oggi dopo sei anni che ci viviamo.

Io sono come un paguro. Sono un tipo casalingo e in questa casa ci sto proprio bene.

Sento dei passi che salgono le scale. Qualcuno ha aperto il portone. Suonano i campanelli fuori, che poi non sono così tanti. Vivo in una palazzina di tre piani. Dopo qualche minuto suona anche il mio campanello. Ma io non apro, anzi quasi per timore che mi possano sentire, mi rifugio di nuovo in bagno. Bianco e blu, ho bisogno solo di questo adesso.

Dopo qualche minuto esco fuori e finisco di vestirmi. Il lavoro non aspetta. Sono pronto. Prendo le chiavi, il portafoglio e gli occhiali da sole e apro la porta. Il mio sguardo si posa sullo zerbino. Adagiata sopra c’è una cartolina. Raffigura il volto di Gesù Cristo. Benedici questa casa c’è scritto sopra. Mi guardo un attimo intorno, non c’è l’ombra di nessun prete. Prendo la cartolina e la sposto lontano con il piede sinistro verso lo zerbino della casa di fronte.

Sono sulla soglia d’ingresso. Non sono ancora uscito ma fra poco lo farò. E’ tardi.

Mi guardo alle spalle. Guardo la casa, la luce che c’è dentro.

Non ho bisogno di nessuno che la benedica, mi dico, a me basta la magia del grande Dario.

Il mio gatto si chiama (che poi non è il mio gatto, sono io che sono suo)

Il mio gatto ha numerosi soprannomi. Piccoli nomignoli che nascono spontanei.

Un giorno tra le pieghe dei suoi baffi.

Un altro tra le orecchie, proprio in mezzo.

E poi sotto il musetto, appresso agli zampini, tra i cuscinetti, lungo la coda che s’agita lieve o giganteggia ingrossando all’improvviso.

Il mio gatto  si chiama: Haruki. Questo è il suo nome di battesimo, diciamo così. Il primo, quello deciso con una certa logica.

Ma poi la logica è pian piano svanita. E mi perdoni il solitario lettore se potrò sembrare un tantino ridicolo.

Ma è questo, per me, proprio il momento di sdrammatizzare.

Quindi, dunque, per quanto, il mio gatto si chiama:

Haruki, Rukino, Puzzone; Frughino, Teopompo, Peloponneso; Gilberto, Platone, Fra’ Mamozzio; Minchietto, Frugoide, Volpino; Peloso, Paracelso, Belo Belo; Bavino, PierRukino Bavino, Filippo; Macarozzio, Frugoso, Ronfino; Belin, Babaduk, Bascino; Babasciò, Bertolo, Gustavo; Bagarospo, Il Peloide, Pachino; Ambrogio, Eustacchio, Omero; Garibaldi, Cinfrasullo, Grattino; Gufo, Euclide, Gattese; Mimì Tirabusciò, Zamposo, Pericle; Belin Belino, Malandrino, Frusalberto; Gattino, Tacchino, Ronfoso; Fanfarucco, Baranchino, Beo Beo; Amilcare, Sempronio, Ginetto; Frugone, Garrese, Balù; Peregrino, Bietolone, Bramante; Sarchiapino, Guazzabuglio di Pelo, Barbino; Rukiño, Bardamù, Raspino; Bugigattolo, Robinson Crusoe, Sigismondo; Dormino, Corrado, Sigisberto; Panzone, Pantagruele, Odoacre e Vito.

Ecco fatto. Li ho detti tutti!

… per adesso.

Punti di vista

Quel giorno, era pomeriggio. Sceso giù, andai in strada a recuperare il bidoncino per la raccolta della carta.

L’aria fredda di dicembre mordeva la faccia come una bestia affamata. Arrivato in strada non c’era una testa d’uomo. Abbandonati sul marciapiede guardai i due bidoncini blu. Uno più scolorito dell’altro. Subito riconobbi il mio. Avevo messo sul coperchio un adesivo con la bandiera dei pirati. Mesi prima me l’avevano fregato. Ci rimasi molto male. Allora come monito, recuperato un bidoncino nuovo all’isola ecologica, avevo appiccicato la testa di morto con le due sciabole incrociate. Come a dire: pericolo di morte. Occhio a chi tocca.

Sulla strada alcune foglie secche rotolavano senza peso e senza scopo ed io m’avvicinai al mio bidoncino e lo aprii anche e infine ci guardai dentro come sempre facevo per svuotarlo dall’acqua piovana anche se non pioveva da una settimana.

Meglio, sarebbe stato, non guardarci per niente dentro. Meglio sarebbe stato buttare la carta insieme a tutto il resto e non differenziare. Ma tant’è che ci guardai dentro e l’aria gelida m’entrò nelle ossa come una mitragliata e ci trovai un sacchetto azzurro aperto e adagiato sul fondo. Lo sollevai con due dita come se fosse stato un topo morto.

Merda! esclamai letteralmente.

Il sacchetto era di quelli usati per i bisogni dei cani ma dentro a quello che avevo trovato io, c’era un bisogno che sembrava umano per quanto era grosso.

Non sapendo cosa fare, lasciai il sacchetto sull’asfalto portandomi il bidoncino a casa.

Non c’era verso che prendessi sonno quella notte. Continuavo a pensare a quel sacchetto di merda. Chi mai lo aveva messo lì? Era solo un caso o era un avvertimento? Ma per cosa? Guardai fuori dalla finestra. Il bagliore della luna m’illuminava il viso. Feci un ultimo pensiero prima di chiudere gli occhi. L’indomani avrei preso il sacchetto e lo avrei gettato nella spazzatura.

Quel giorno, era mattino presto, le cinque circa. Fuori era ancora buio. S’intravedevano solo ombre. Avrei portato Garibaldi a fare il solito giro mattutino. Bevvi un caffè veloce e freddo e uscii di casa con Garibaldi che tirava. Garibaldi è un Jack Russell Terrier, un cane piccolo e intelligente. Quella mattina era più vispo del solito. Non feci in tempo ad andare in bagno che lui era già pronto dietro la porta. Mentre scendevo le scale del condominio dove abitavo, ripensavo a una scommessina persa per un soffio il giorno prima. Si vince e si perde, dissi tra me, ma se non giochi non vincerai mai.

Garibaldi m’incitava a seguirlo, il suo pelo quasi del tutto bianco si mescolava in un punto con qualcosa di marrone, simile al tabacco. Una macchia di tabacco.

Camminavo. Garibaldi davanti a me scopriva il mondo e l’aria fredda m’entrava nei polmoni come se fossi stato in un bosco di montagna. Eppure arrivati in una stradina che dava su di un piccolo cortile mi venne lo stimolo. Che più che uno stimolo era una preghiera. Una preghiera d’evacuazione. Pensai al caffè freddo che avevo bevuto prima e maledissi Garibaldi e la sua furia di voler uscire di casa. Mi guardai intorno, non sapevo cosa fare. O meglio, lo sapevo benissimo.

Mi spinsi lungo la strada e vidi in fila, uno di fianco all’altro dei bidoncini blu tutti uguali, tutti scoloriti. Fui veloce. Diciamo che l’azione fu più veloce del pensiero. M’avvicinai ai piccoli bidoni blu e ne stavo per aprire uno a caso, quando vidi la bandiera dei pirati. Era l’unica stranezza in quella ciurma tutta uguale. Volli premiare tanto carattere. So che può sembrare strano, ma io tanto normale non sono.

Presi il sacchetto che usavo per Garibaldi e me ne andai dietro un oleandro triste che sbucava fuori dietro un angolo nascosto. Ne uscii con il sacchetto in una mano ed un sorriso beato sulla faccia. E il sorriso mi rimase anche quando misi il sacchetto nel bidoncino dei pirati.

Lo so che non è bello quello che ho fatto ma mi è venuto naturale. Come rubare le ciliegie da sopra i rami di un albero.

Garibaldi era lì che mi guardava ed io feci subito.

Poi fischiai un fischio di gioia che era anche un richiamo. E Garibaldi lo riconobbe e mi venne dietro con la sua aria da Jack Russell Terrier.

S’era fatto quasi giorno e nella strada già qualche presenza si faceva notare. Incrociai qualcuno ma non lo vidi.

Me ne andai leggero leggero pensando alle storie di pirati che leggevo da bambino.

Reiki

La fermezza oscilla

avanza

arretra

E’come il prurito al naso

(a sinistra)

indisponente

Il respiro si fa dolce

sa di miele

Vola una gazza sopra la mia testa

E’ come un gioco

questa vita in salita

Per rompere la monotonia

ogni tanto

potrei giocare

Prima che arrivi il Grande Freddo

Avverto un calore sovrumano

Quando rimarrò davvero solo

mi verrà da ridere piano

E’ arrivato l’inverno

Gira una foglia secca, marrone pieno, sull’asfalto bianco di luce. La vedo con la coda dell’occhio. Sono seduto dentro il garage intento a scrivere qualcosa o a fissare la crudele pagina bianca. La saracinesca è quasi tutta giù come un negozio che sta per chiudere.

Vedo quella foglia, anzi la sento prima e poi mi volto. Ascolto il graffio della natura che s’è ritirata, ruvido, arcigno come la sorte; un graffio di strega. E la foglia si ferma lì, accompagnata da un refolo di vento, davanti all’entrata del garage, incorniciata nello spazio che rimane.

E così m’accorgo che è arrivato l’inverno.

L’inverno di per sé non è una stagione cattiva. E’ sopravvalutata nella classifica delle stagioni brutte. Il freddo può temprare il corpo e lo spirito e poi se hai freddo puoi farti un bicchiere senza neanche sentirlo.

L’inverno è arrivato anche perché nel garage dove sono da circa un’oretta, inizio a sentire un certo spiffero, non so come altro dire. Allora esco fuori, chiudo il garage e salgo su a prendere una giacca adatta, pesante, che mi possa difendere bene.

Quando torno giù, scendo le scale come un ragazzino. Sarà l’aria fredda ma mi sento arzillo arzillo. Salto da un corrimano all’altro come fossi su uno skateboard. Mi va bene fino in fondo, l’osso del collo è salvo. Torno in garage, mi siedo e riprendo fiato. Faccio un po’ di condensa. E’ proprio arrivato l’inverno.

Oggi la penna è schizofrenica, a volte scrive di gusto, a volte se ne sta sul tavolo, incappucciata e triste.

Ho una visita inaspettata. La gatta del palazzo si intrufola dentro. Prima mi scruta da fuori, la coda con la punta rivolta da un lato che significa curiosità, almeno così mi pare di aver letto da qualche parte. Poi la vedo che entra fiera annusando ogni cosa le capiti incontro. Si fa il giro completo del garage, poi sale sul tavolo passeggiando sulle pagine bianche del mio taccuino. Mi guarda un attimo come a dire ho capito che tipo sei e con un salto, senza troppo impegno, se ne va fuori nella strada che il sole ancora illumina inutilmente.

Fa freddo. Lo sento dire dalla voce impastata di un vecchio che passa frettoloso davanti al garage. Sento i suoi passi precisi, svelti, che sanno dove devono andare.

Mi sono portato del cioccolato fondente con le nocciole grandi, che a me quelle piccole mi fanno tristezza. Lo sgranocchio pentendomi di non avere un bicchiere di vino da mandare giù.

Il cacao mi solletica l’immaginazione. Inizio a scrivere il soggetto del mio primo romanzo, forse, chissà… Comunque la penna scivola silenziosa sulla carta immacolata e questo è già qualcosa. Vedo immagini confuse che s’intrecciano a ricordi e meno male che non c’era il vino. Qualcosa si mette in moto.

Fa davvero freddo oggi.

E’ arrivato l’inverno e forse non sarà poi così tanto male.

Al corso di scrittura

Oggi vado alla prima lezione del mio primo corso di scrittura. Sono un po’ nervoso, lo ammetto. Ci vado con l’autobus che mi porta in stazione e poi con il treno che mi porta a Rimini.

Rimini mi fa pensare al mare e a Fabrizio De Andrè. Quindi sono contento d’andarci.

Il treno ha in sè qualcosa di romantico ed io non lo prendo da molto tempo.

Nello scompartimento deserto mi sento a mio agio. Solo lo sferragliare dei vagoni e un panorama che scivola sotto i miei occhi assonnati.

Leggo un po’. Carver, le poesie.

Poi m’addormento, ma non sogno niente. Almeno non lo ricordo.

Quello che ricordo, invece, è il sogno fatto la notte prima. Un sogno ricorrente a dire il vero, quando ho qualcosa di importante da fare.

Nel mio sogno ricorrente, mi sveglio sempre in grandissimo ritardo; questa volta alle undici e undici. L’orario è la cosa che ricordo con più precisione. E nonostante i miei sforzi, non riesco a prendere l’autobus, nè tantomeno il treno e rimango tutto il giorno a pensare alla lezione che è saltata e non tornerà più. Poi quando mi sveglio veramente, il sollievo che provo è talmente grande, che per un momento mi sento l’uomo più felice del mondo.

Il treno galleggia sui binari. Non sono ancora del tutto sveglio, che già scorgo la stazione di Rimini.

Scendo dal treno. Sarà perchè è domenica mattina, ma anche la stazione è deserta.

Sono fuori nel piazzale. Ho la mappa, come un cercatore di tesori.

Dovrei proseguire dritto ma forse per l’emozione del corso imminente, mi viene di girare a destra e camminare per un chilometro buono, convinto di essere sulla strada giusta.

Ma l’intuizione arriva a chi la sa aspettare e difatti mi accorgo di aver sbagliato strada. Mi sto allontanando dal centro e tutto diventa periferico: la strada, le palazzine basse che crescono in altezza, le facce che incontro nel mio cammino. Una sensazione di abbandono.

Torno indietro su i miei passi impulsivi e stavolta tiro dritto e chiedo ad una donna bionda dove si trova Via Bertola. La donna, che mi pare dell’est europa, mi dice, dritto dritto e poi a destra, non è lontano. Mi sento un poco più sollevato. Proseguo.

Un tizio in bicicletta s’avvicina e mi chiede degli spiccioli. Mi frugo nelle tasche, tiro fuori cinquanta centesimi e glieli do. Quello mi guarda stupito con un sorriso che gli illumina la faccia, che il signore sia con te, mi dice e se ne va.

Io penso che se il signore è onnipresente, come dicono, starà un pochino anche con me, non c’è bisogno di fare beneficenza per questo.

Comunque io sto bene nella mia pelle e non voglio nessuna compagnia divina.

Proseguo da solo.

Nella piazza grande c’è il mercato e la gente s’accalca vicino alle bancarelle. Ecco dov’era tutta la gente che non ho incontrato finora. E’ tutta qui.

Giro a sinistra e m’accorgo che ci sono tanti cani al guinzaglio, tutti di razza, che portano a spasso i loro padroni.

Via Bertola 17, eccomi arrivato.

Mi accoglie Titti, la signora che si occupa delle pubbliche relazione. Mi stringe la mano e mi sorride. A volte un sorriso vale più di mille parole.

Nel mio girovagare ho fatto tardi e sono l’ultimo ad entrare. Gli altri sono tutti dentro.

Il posto è piccolo ma accogliente, pieno zeppo di roba, sopratutto quadri, c’è perfino una vecchia Singer abbandonata in un angolo. Mi ricorda quella che aveva mia nonna.

Facciamo le presentazioni. Ognuno racconta qualcosa di sè e del perchè è qui oggi.

Io pure.

Il gruppo è eterogeneo. Formato in prevalenza da donne.

Mi siedo a fianco a un tizio che mi ricorda Mario Marenco. Lui ha già pubblicato due libri e siede alla mia sinistra. A destra invece c’è Riccardo, un po’ più distante. Riccardo è l’organizzatore del corso. Ho già letto diversi sui libri. Mi piace come scrive. E ora che lo vedo con i miei occhi, dal vivo, ho la sensazione di trovarmi nel posto giusto.

Come inizio non c’è male. Sono in mezzo a due scrittori veri. Mi sento un po’ in imbarazzo. Per fortuna Titti aggiunge una sedia sedendosi al mio fianco. Grande Titti, mi hai salvato dall’imbarazzo, mi sei già simpatica.

Ora che sono seduto mi guardo intorno. Le facce che vedo mi danno buone vibrazioni. Sono dello Scorpione, per me le vibrazioni sono importanti.

L’agitazione del primo mattino si è affievolita. E più passa il tempo, più Riccardo parla di scrittura, dei suoi libri, di Hemingway, più tutto mi diventa familiare. Sono nel mio habitat naturale.

Non parlo molto. Ma ascolto e assorbo. Oggi sono una spugna e visto che siamo a Rimini, mi sento una spugna marina. Una di quelle che ho stretto tante volte nelle mani quando ero piccolo e m’immergevo nel mio mare.

Il tempo scorre tutto intorno a via Bertola. La luce bianca del giorno lascia il posto ad uno spicchio di tenebra. La giornata volge al termine e sono soddisfatto.

Saluto tutti ed esco fuori. Il treno m’attende per tornare a casa.

L’aria è umida. La sera è quasi una presenza viva.

Dopo questa giornata mi sento un po’ più alto, come se camminassi sollevato da terra (pochi centimetri) quanto basta per farmi vedere le cose da una prospettiva differente.

Arrivo in stazione. Tutta la gente che non c’era la mattina è tutta qui che aspetta il proprio vagone.

Alzo gli occhi al tabellone degli orari. Il mio treno arriverà con trenta minuti di ritardo.

Non importa, mi dico, aspetterò.

 

 

 

 

Matteo Balbini, l’uomo che distrusse una nazione. Un racconto del Terrore

Io lo dicevo che c’erano troppe mosche. Sciami luridi che svolazzavano sopra le nostre teste.

Il mio gatto sfida le leggi della fisica. Se ne infischia. Non so perché, ma mi venne in mente questo pensiero in quel momento.

I miei passi e quelli del mio amico erano leggeri ma scricchiolavano. Era come camminare su gusci di uova preistoriche. Il buio opprimeva la stanza. S’intravedeva solo la paura dipinta su i nostri volti. Smorfie contro natura.

Un televisore acceso mandava bagliori tremolanti. Sentivamo una voce che diceva:

« Vota Matteo Balbini. L’uomo giusto al posto giusto. Se sei un vero italiano vota Matteo Balbini. Un uomo, un amico, un fratello. Vota Balbini e le tue paure svaniranno». La voce continuava a ripetere sempre lo stesso slogan. Un loop infernale.

Il mio amico mi disse «Non mi piace… c’è un aria strana qui dentro».

In effetti aveva ragione. Più che aria era una puzza. Spensi il televisore. D’ un tratto m’accorsi di come poteva essere assordante il silenzio. La stanza, la casa, il quartiere erano una polveriera di silenzio. In quei giorni tutto era precipitato. Le idee, le supposizioni, le urla di vendetta s’erano trasformate in azioni. E le azioni erano spesso terrificanti.

Io e il mio amico fuggivamo da tre giorni in preda ad un delirio da incubo. Nelle strade s’era sparsa la voce che sarebbero sbarcati una moltitudine di uomini, donne e bambini affamati, disgraziati, pronti a tutto. Quella voce si trasformò in un rumore sordo come quello di un tamburo. Un tam tam metropolitano che univa per la prima volta tutti quanti.

La paura gioca strani scherzi.

I più facinorosi non vedevano l’ora. Erano pronti da tempo. Attendevano solo un segnale. E il segnale arrivò. Era il faccione grasso di Matteo Balbini.

Dovunque.

In tv, alle radio, sopra i muri della città. Una faccia che diceva tutto e non diceva niente.

Ma la paura gioca brutti scherzi.

I più moderati, ancora non si erano mossi, ma già pensavano a quali armi procurarsi per difendere il proprio uscio.

«Italiani, amici, fratelli» diceva la voce di Balbini, «io conto su ognuno di voi. Tutti siamo artefici del destino della nostra patria. Se ci invadono noi ci difenderemo. Perchè noi siamo italiani».

Prima di arrivare in quella stanza, io e il mio amico avevamo attraversato tutta la città. Dal porto c’eravamo intrufolati nei vicoli della città vecchia.

E vedemmo…

Vedemmo donne picchiare ragazzini. Vedemmo uomini barbuti, con occhi cattivi fare la guardia alle case. Vedemmo anziane donne imbracciare fucili. Vedemmo bastoni chiodati, ammassati, vicino alle chiese. Vedemmo le finestre sprangate con assi di legno. Vedemmo il sangue rappreso sull’asfalto. Passammo davanti all’ufficio postale e una fila di teste aspettava di entrare, sembravano molto nervosi, impazienti.

E su i muri un faccione enorme da ragazzo campagnolo osservava tutto con sguardo compiaciuto.

Vedemmo una donna con una vanga seppellire qualcosa nella terra nera del suo giardino.

Quando riuscimmo ad arrivare nella parte nuova della città lo scenario non cambiò. Se è possibile peggiorò. Dovunque regnava una quiete assurda. Passammo davanti a corpi infilzati su lunghe picche. Perlopiù erano giovani, giovanissimi. Magrebini, tunisini, siriani. I loro sguardi morti, ci fissavano impietosamente.

Poi arrivò la pioggia. Iniziò uno scroscio infinito. Dal cielo pioveva acqua sporca mischiata a sabbia. Vedemmo un uomo sgozzare un cane che abbaiava troppo. Lo stesso uomo brandendo il coltellaccio insanguinato ci fissò urlando: «L’Italia agli italiani!»

Trovammo riparo in un tunnel buio. Ci fermammo un attimo. Il mio amico s’accese una sigaretta, la luce dell’accendino illuminò il fondo della galleria. Ci sembrò di vedere un branco di animali rabbiosi. Ma erano uomini, erano bambini.

Scappammo via subito, sotto una pioggia sporca, torrenziale. Non avevamo più paura. La paura s’era trasformata in qualcos’altro. Lo stupore per ciò che ci circondava s’era trasformato in constatazione dei fatti. E i fatti erano lì, dovunque e non c’era altro. Cercammo di ragionare, di capire cosa era meglio fare, ma l’istinto di sopravvivenza ci faceva solo avanzare di un passo il più lontano possibile. Ma più in là non c’era altro che il nostro sguardo da sonnambuli.

Vagammo per tre giorni in stato confusionale e poi trovammo questa casa, in cima alla collina. Da lassù potevamo vedere il bacino terrificante della città. Da lontano il mare sembrava un grande grumo di sangue. Entrammo nella casa, la porta era aperta. Smise di piovere e tutto era coperto di terra e fango.

Tutto sembrava terribilmente sporco.

Ed ora eccoci qui, in questa stanza che sa di putrefazione. Questa stanza, questa casa, questo quartiere, questa città, questa nazione, hanno l’odore della putrefazione. Mi viene il vomito. Anche al mio amico viene voglia di vomitare. Ma non mangiamo da tre giorni e non sapremmo proprio cosa buttare fuori. E la stanza si fa sempre più piccola. Le pareti ammuffite si restringono. Il soffitto umido s’abbassa come una pressa; ci vuole schiacciare come scarafaggi. Ed io dico al mio amico che gli voglio bene e che andrà tutto per il meglio, sono sempre stato un tipo ottimista ma non faccio in tempo a guardarlo negli occhi che siamo ridotti ad un mucchio di polvere.

Quando mi sveglio nel mio letto , è ora di cena.

Io e i miei genitori seduti a tavola mangiamo lo stufato. Il televisore acceso annuncia nuovi sbarchi previsti nel week-end. Sento mio padre sussurrare a mezza voce «non se ne può più di questi che c’invadono».

Sollevo lo sguardo dallo stufato che è nel mio piatto. Guardo mio padre di traverso.

E dire che eri comunista, penso.

Ma lo penso soltanto e non ho il coraggio di dirglielo.