Francesco Dellepere (L’uomo che non c’era)

Lo conobbi durante una partita di calcio metropolitano. Uno sport, che, ahimè, non pratica più nessuno, salvo rare eccezioni.

Ero piccolo.

Eravamo piccoli.

Se ci penso adesso, eravamo minuscoli.

Le regole di questo nobile e povero sport, erano semplici come l’acqua.

La prima: la partita finisce quando tramonta il sole. Si praticava molto d’estate e le partite erano lunghe e interminabili. Lotte all’ultimo tiro. All’ultimo fallo.

La seconda: non ci sono limiti di campo. Di solito si giocava sul cemento. Leggendarie quelle sul brecciato, alla fine delle quali si contavano i feriti da entrambe le parti. Le ginocchia colavano sangue come in una macelleria messicana.

La terza: le porte si allargano e si restringono a discrezione del portiere. Solo lui può decidere la grandezza delle porte. I pali erano sassi. La traversa aveva una forma metafisica. Potevi solo immaginarla. Solitamente se eri scarso ti mettevano in porta. Ma a volte è capitato di scoprire, in questo modo arbitrario, dei veri talenti. Angeli maledetti in volo tra due pali. Veri miracoli viventi.

Tiziano era uno di questi. Era alto un metro e sessantadue. Il suo era tutto un lavoro di reni. Sgusciava come un pesce appena pescato e te l’andava a prendere nell’angolino in basso o in alto senza distinzione. Che gatto Tiziano. Che talento. Puro istinto.

La quarta: chi perde paga da bere (un Gatorade limone o arancia) agli avversari.

La quinta: una squadra gioca a petto nudo, l’altra squadra pure.

Naturalmente lo scopo del gioco era fare un goal in più degli avversari. In qualsiasi modo.

Comunque, dicevo, conobbi Francesco Dellepere, in una di quelle interminabili sfide e alla fine della partita si avvicinò con quel suo andamento taurino e mi disse « andiamo al cinema domani sera?»

«Beh» dissi io «domani sera… perché no».

Questo fu il dialogo. Breve e coinciso.

Due cose ricordo ancora del Dellepere. Due cose che mi sono rimaste dentro come il nocciolo in una pesca matura.

Quel giorno che mi aveva invitato al cinema, non venne. Semplicemente. Mi fece un bidone terrificante.

Io affacciato al balcone di casa mia, al decimo piano di un palazzone grigio topo, guardavo in basso, per vedere la sua testa avvicinarsi al portone. Ma quella testa, piccola, nera, da magrebino, non si fece vedere.

Quando il giorno dopo, o l’altro dopo ancora, la mia memoria è colma di abissi, ci rivedemmo, lui, non fece una piega.

Il Dellepere non faceva mai una piega. Era impermeabile al mondo quando voleva. Ti guardava sornione, dietro i suoi occhiali spessi, come se stesse leggendo i tuoi pensieri e non succedeva niente. Reset. Come se nulla fosse accaduto. Al massimo ti diceva che era andato a fare un servizio.

Un’altra volta sparì del tutto. Nessuno sapeva dove si fosse cacciato.

Quella sera, dal balcone di casa mia, stavo guardando, lontano, le ciminiere del siderurgico che fumavano arcigne, quando suonò il citofono. Andai a rispondere. Giù, nell’androne quasi buio del palazzo, mi aspettavano sei ceffi dalle facce patibolari. Erano gli zii del Dellepere. Così mi dissero. Mi guardarono con occhi cattivi ma furono gentili con le parole anche se la loro gentilezza puzzava di carogna. Mi chiesero se sapevo qualcosa del nipote. Se l’avevo sentito anche solo per telefono. Io veramente non sapevo dove fosse finito e feci una faccia dispiaciuta. Loro si guardarono e poi guardarono me che mi ero rimpicciolito dalla paura.

Li vidi andare via come un plotone di esecuzione che ha solo rinviato la fucilazione.

Passarono alcuni giorni. Passarono due settimane. E chi ti incontro nel parchetto sotto casa?

Il Dellepere.

Mi disse che era stato a casa di parenti, al nord. Fu vago. Molto vago. Come al solito.

Solo qualche anno dopo venni a sapere che quel testone, anzi quella testina, era scappato in Olanda con i soldi delle bustepaga dei dipendenti della ditta del padre. Io non sapevo neanche che suo padre fosse un imprenditore. In effetti a pensarci bene non sapevo un bel niente del mio amico fantasma. Se dovessi associarlo a un film di sicuro sarebbe L’uomo che non c’era dei fratelli Coen. Ma questa è un’altra storia.

Eppure nonostante tutto eravamo amici. Dividemmo gioie e dispiaceri. Dividemmo tutto. Tramonti inauditi sul mare calmo. Serate interminabili di risate e silenzi. Dividemmo il pane nei pomeriggi roventi dell’estate. Dividemmo la pioggia che ci cadeva in testa mentre scappavamo a cercare un riparo.

Ecco un riparo.

Perchè questo dovrebbe essere un amico. Un riparo. Nel bene e nel male.

Quando mi passava a prendere con il suo vespino rosso, era sempre divertente. Scorrazzavamo per le vie della città, nei vicoli, con due ghigni di beatitudine stampati sulla faccia.

Sono anni che non lo vedo e chissà se lo rivedrò più. Ma se chiudo gli occhi, lo vedo ancora adesso con il suo vespino rosso, il bomber granata che gli calza a pennello e una sigaretta dietro l’orecchio. Con l’aria di chi ti a fatto fesso e non se ne pente.

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Le cipolle di mio padre

La gramigna è ovunque.

Sembra essere qui da sempre. Come una presenza minacciosa.

Giacinto guarda fuori dalla finestra.

Abbiamo accumulato una montagna di letame, pensa tra sé, a luglio si fa così. Chili e chili di merda che ci daranno da mangiare. E quest’anno è stata la volta dei girasoli. Qui è pieno di campi giallo-verdi. Di teste dai petali voltati. Uno spettacolo per gli occhi.

La strada che vedo dalla finestra è sempre la stessa. Ma in questo periodo dell’anno, crescono, sul ciglio pietroso, fiori blu, piccolissimi. Di un blu elettrico che al tramonto sembra viola. Viola come le cipolle che spuntano dietro la casa, in un pezzo di terra uguale a uno sputo.

Papà la sera ci parla proprio con le cipolle.

Io l’ho visto. Si mette là accovacciato che sembra abbia perso qualcosa di preziosissimo e ci passa una mezz’oretta buona.

Nel suo mormorio c’è qualcosa di religioso. Come una preghiera, ma non è una preghiera, sembra più una valanga silenziosa di parole. Parole che io non riesco a capire. Anche allungando le orecchie, sento solo un brusio.

Quando rientra in casa, io non mi faccio vedere. Sono svelto quando voglio. Anche se certe volte potrei restare fermo come una pianta grassa ad origliare mentre mio padre rientra dentro e sembra non vedermi. Sembra non vedere niente con quegli occhi cisposi che sanno di sale.

Con la mente è altrove.

Allora io penso che quelle volte, quel diavolo di mio padre sia altrove con mamma. E questo mi rende un briciolo più felice. Una piccola mollica di gioia.

Quando faccio questi pensieri, mi sembra di stare dentro a una bolla e volare in alto oltre il lampadario, oltre il tetto della vecchia casa. E mi sembra strano che nessuno mi veda. Che nessuno alzi gli occhi al cielo e scorga la mia bolla e me che ci sto dentro come un re.

Eppure io vedo tanti puntini che si spostano, che si agitano, che scompaiono dentro macchie che devono essere case o palazzi o uffici o bar o lavanderie. E loro non mi vedono. E questo mi rattrista e la bolla scompare e svanisce quella sensazione di felicità, di leggerezza. Ripiombo sul pavimento della cucina e mi sento pesante come l’ancora di una grande nave. E mio padre non c’è più o almeno io non lo vedo. Sarà andato a dormire. Almeno a provarci. Perchè certe notti non ci riesce proprio.

E i giorni passano come copie di altre copie.

Quando c’era la mamma era tutto diverso. Mio padre era sempre sorridente e di sicuro non parlava con delle cipolle.

Quando c’era la mamma anch’io ero diverso. Non passavo quasi tutto il mio tempo alla finestra. Non ero piantato a terra, zavorra di me stesso.

La mamma mi diceva sempre che ero la cosa più bella che gli era capitata.

Se mi guardo allo specchio adesso, non mi pare avesse ragione. Ma ormai è troppo tardi.

Ancora la vedo la strada e i miei passi che la calpestano. Corro senza guardare. Corro come un bambino corre. E la mamma me l’aveva detto di stare attento. E lo sapeva che non le avrei dato retta. Per questo era dietro di me. Per proteggermi. E così ha fatto. Ma io ero troppo piccolo per proteggere lei.

Vedo ancora la sua pantofola sul ciglio della strada dopo il tremendo impatto.

Quello che guidava il furgoncino, avrà avuto l’età di mio padre, neanche si è reso conto di quello che era successo.

Da quel giorno mio padre non è stato più lo stesso. Si è trasformato in un povero diavolo. Un’ombra triste e spaventosa come un naufrago. Esce di casa all’alba che sembra un fantasma, con la faccia bianca dell’insonnia. Va nei campi e non so sinceramente cosa faccia.

Un giorno, che fuori pioveva, non lo vidi rientrare. Mi iniziai a preoccupare. Ero alla finestra e le gocce di pioggia mi sembravano piccole schegge di vetro che sfiorando le imposte facevano un rumore metallico.

Passarono i minuti e poi le ore. L’orologio appeso al muro mi sembrava un patibolo.

Il ticchettio dei secondi, unito alle gocce di pioggia, mi stavano facendo letteralmente impazzire. Ero agitato e mi tremavano le mani. Strana sensazione se ci penso adesso.

Mi venne un idea strampalata. Guardai fuori e la pioggia ora cadeva obliqua sferzata da un vento cattivo. Pensai, e se quel povero diavolo di mio padre e li con le sue cipolle? Impossibile, dissi a voce alta. Però qualcosa dentro mi diceva di andare a dare un’occhiata. Presi il k-wai e avanzai verso l’uscio. Sentivo già la voce del vento che graffiava la porta.

Quando fui fuori, scesi piano la passerella di legno che mio padre aveva costruito dopo l’incidente. Il legno era fradicio. Andai sul retro a stento. Il vento cercava di trattenermi. Pensai a mia madre e alla sua teoria sul vento. Diceva sempre che la gente che vive in posti ventosi prima o poi diventa pazza. Che il vento porta in giro la follia da una parte all’altra del mondo.

Adesso stavo impazzendo io. Perchè vidi mio padre prostrato, chinato, rivoltato, come uno straccio sporco che getti in un catino. Lo vidi li tra le cipolle viola e mi venne una forza dentro che avevo dimenticato. Fu allora che mi alzai dalla sedia a rotelle e gli corsi incontro come non facevo da prima dell’incidente.

La pioggia batteva forte come un tamburo nella notte.

Mio padre si voltò e mi vide in piedi che quasi ci rimaneva. Si alzò e mi venne incontro. I suoi occhi avevano una luce nuova dentro. Mi strinse forte a sè e tremava. Capii in quell’istante che tutto sarebbe cambiato. Che tutto sarebbe andato meglio.

Smise di piovere. Smise il vento di farci la guerra. Io e mio padre tornammo dentro, nella vecchia casa e rimanemmo in silenzio per molto tempo. Poi mi chiese se avevo fame ed io risposi di si, un pochino, dissi e allora mi preparò la cena e mangiammo insieme. E fu bello.

Tra un boccone e l’altro lo guardai negli occhi e gli dissi, papà posso farti una domanda? Mio padre alzò la testa dal piatto e mi sorrise. Un sorriso leggero leggero che galleggiò nella stanza. Ed io continuai, ma che gli dici alle cipolle ogni sera?

Lui si fece serio per un attimo e poi mi rispose «Parlo con la mamma. Le racconto la giornata, le racconto di te, le racconto di noi…»

Io lo ascoltai. Sembrava un fiume in piena. Non la smetteva più di parlare e le parole gli uscivano dalla bocca e volavano libere nella stanza. Allora mi alzai e camminai. Ancora non ci credevo ma camminai. Aprii la finestra e guardai fuori. Le parole di mio padre volarono via come piccole farfalle gialle.

Poi mio padre mi venne vicino. Rimanemmo in silenzio a guardare fuori dalla finestra.

La strada era illuminata dalla luna nuova.

Le pozze d’acqua sul selciato riflettevano pezzi di cielo stellato.

Malinconico Gino

Gino Malinconico è uno scrittore a tutto tondo. Gli piace scrivere storie.

Pesa novanta chili ed è di statura ininfluente.

Tra i suoi romanzi non si può tralasciare Storia di un uomo di peso. Racconto minimale che narra le vicende di un fruttivendolo innamorato della propria bilancia. Romanzetto a sfondo erotico, con risvolti inaspettati per la bilancia.

Il nostro Malinconico non parla mai. Vive da solo e già questo complica la situazione.

A volte di notte nel silenzio della camera da letto, Gino Malinconico si sveglia chiamato da una voce lontana.

Si alza dal letto e in preda a una paura lieve, ispeziona tutta la casa. Fa presto, dovremmo dire, Gino Malinconico vive in un monolocale. Il monolocale è situato proprio sopra una piccola trattoria dove vanno a mangiare i camionisti di passaggio. Comunque al buio è una faccenda abbastanza impegnativa.

Il suo sguardo attento, da talpa, vaga di qua e di la come un ubriaco su di un ponte tibetano. E ci mette un po’ a realizzare che come al solito è solo e non c’è nessuno nascosto nel buio. Così, si siede sul letto e sospira. E in quel sospiro c’è un rimpianto e una risata.

Proprio in una di quelle notti inquiete scrive, forse, il suo capolavoro, Storia di un uomo disperato. Diviso in due lunghi capitoli senza punteggiatura. Nel primo, Storia di, Gino Malinconico descrive le vite di trentadue personaggi. Monografie, potremmo dire, abbozzi di monografie, in effetti, perché nessuno dei personaggi ha uno sviluppo narrativo. Tutti sono fermi nel tempo e nello spazio. Le storie appassionano comunque, sono scritte egregiamente e ti lasciano in bocca un gusto inaspettato, forse amaro, meglio, potremmo dire, un gusto di aceto.

Nel secondo capitolo, un uomo disperato, si narra la vicenda di un pescatore di Procida che tenta il suicidio per questioni economiche e viene salvato da un delfino. L’uomo in seguito vincerà un mucchio di soldi grazie al numero trentadue. Ma il giorno della riscossione, con i soldi ancora intatti in una valigetta, il nostro pescatore morirà schiantato, investito da un auto pirata.

Gino Malinconico quando non scrive, lavora, lavora sodo. Purtroppo per lui, impegna più tempo a lavorare che a scrivere. Ma non si può avere tutto dalla vita.

Il suo è un lavoro come tanti. I suoi colleghi d’ufficio lo chiamano Bollo tondo, perchè per tutto il giorno mette timbri su cataste di documenti di scarsa importanza.

Un giorno mentre esce dal ufficio, alza gli occhi al cielo e vede nuvole così grandi che sembrano scolpite nel marmo. E’ proprio in quel momento che coglie l’ispirazione. Torna a casa di corsa come se avesse il diavolo alle calcagna e inizia a scrivere di getto una delle sue opere più controverse. Storia di un uomo sulle nuvole. Una radiografia spietata della società contemporanea dove l’unica via d’uscita dalla mediocrità e dalla scarsa considerazione degli altri è quella di scappare sulle nuvole e pisciare in testa a qualche politico di passaggio, almeno una volta alla settimana. Cosa che dona tanta felicità al protagonista. Una felicità che sembrava dimenticata.

Scrive questo saggio quasi sociologico in tre giorni (venerdì sera, sabato e domenica) e lunedì torna a lavoro senza fare una piega. Gino Malinconico è un uomo stoico. Lo stoicismo ce l’ha nel sangue come un virus indebellabile. E tutti i suoi romanzi sono autopubblicati e distribuiti a mano dove capita, dalle biblioteche (una sola in verità) ai benzinai.

A un certo punto della sua vita così modesta e al contempo creativa, Gino Malinconico avverte una presenza costante che lo osserva ogni giorno alla stessa ora dall’altra parte della strada che porta in ufficio. Un uomo magrissimo rivolge gli occhi curiosi verso la sua sagoma che cammina. Gino si ferma e guarda anche lui. Ma quello gli volta le spalle ossute e svanisce all’orizzonte come in un sogno.

Però Gino Malinconico sa bene che non sta sognando. Non beve, non si droga, non prende psicofarmaci (scusate la ripetizione), quindi quello che vede è reale. Reale come la lunga giornata di lavoro che lo attende. Così riprende il cammino, come chi sa che deve, e torna su i suoi passi, o meglio, ne inizia di nuovi, sempre uguali a quelli di prima. L’unico lusso che si concede, prima di iniziare a mettere timbri, è una ricca colazione al bar dell’ufficio, dove si rimpinza di maritozzi (cinque), cornetti alla crema (due) e cappuccino con panna abbondante.

Una mattina si sveglia all’alba. Fuori il cielo non è ancora cielo ma un ammasso di chiaroscuri indecifrabili. Gino Malinconico lo scruta. Guarda fuori dalla finestra come un pirata in mezzo all’oceano e avverte una sensazione mai provata prima, si sente più alto. Come un gigante.

Questa nuova condizione gli pulsa dentro più di un tamburo. Si veste e gli sembra che i vestiti siano diventati troppo stretti. A malapena s’infila i pantaloni, la camicia si tiene a stento sotto la pressione delle sue enormi spalle, le scarpe, stranamente. gli calzano a pennello. Corre in bagno e si guarda allo specchio e quello che vede è il solito piccolo uomo, tozzo e in sovrappeso che lo guarda imbarazzato.

Gino Malinconico non perde la fiducia e dall’alto della sua nuova statura sputa in faccia al piccoletto riflesso nello specchio. Poi esce di casa e i suoi passi riecheggiano nel cortile come un latrato di cani feroci. Sulla solita strada che lo porta in ufficio, la sua sagoma s’allunga, sembra liquida e scivola veloce. S’avvicina decisa e poi sbotta, «che diavolo ha da guardare ogni cazzo di mattina», la voce sembra aria che esce da una tomba, le parole volano svelte agli smunti padiglioni dell’uomo magrissimo. Che è sempre li fermo, come una statua di sale. Gino Malinconico pensa, visto da vicino sembra meno magro, ma è un pensiero che svicola via come una biscia sotto una pietra.

«Mi scusi se l’ho turbata. Sa, la mia era solo curiosità. Mi presento, mi chiamo Maurizio Ciollo, ma tutti mi chiamano il Ciollo. Sono uno scopritore di talenti. Sa e la nuova tendenza o vecchia, dipende dai punti di vista. Direi un ritorno all’antico, che non fa mai male. In poche parole la tendenza rivela un appiattimento dei talent show, perché la gente s’è rotta i coglioni, mi scusi ma quando ci vuole ci vuole e quindi dicevo i grandi editor cominciano a cercare i nuovi talenti nelle periferie, nelle strade tristi che sanno di monnezza, in vicoli dimenticati da dio e dagli uomini e quindi eccomi qui, per farla breve, cosa che mi riesce assai difficile».

«Ah, capisco» dice Gino Malinconico e non parla più. Anzi si volta e se ne va.

«Aspetti un attimo» dice il Ciollo «vorrei parlare dei suoi romanzi»

Per un attimo la parola romanzi scuote le viscere di Gino Malinconico che si volta lentamente quasi controvoglia e guarda il Ciollo senza vederlo veramente. Come fosse trasparente. Guarda oltre; dove tutto è nebuloso.

Il Ciollo allora s’avvicina mellifluo, come una lusinga. «Guardi» dice «noi siamo una casa editrice seria, all’avanguardia. La Carnazza editore, ne avrà sentito parlare certamente sui social. Comunque io ho letto i suoi libri, per caso, mentre facevo benzina in tangenziale. Ho visto la copertina di un suo libro esposta vicino al cambio oli e lubrificanti e devo dire che sono rimasto colpito dalla foto, un fotomontaggio, credo, ma fatto bene. Ancora lo ricordo, si vedeva un uomo di mezza età imprecare al cielo perché un gatto gli si era attaccato a i coglioni, scusi il termine. Quell’immagine me la portai dietro per un po’ e adesso che ci penso, in verità, non mi ha mai abbandonato. Ecco noi vorremmo pubblicare i suoi libri. Opera omnia. Naturalmente ci occuperemo noi della pubblicità, dei contatti con le televisioni, anche online. Sarà presente ogni settimana in un talk-show online dove tutti possono dire quello che gli pare. Non è edificante ma è molto divertente. Per non dimenticare i giornali, le conferenze stampa, dibattiti pubblici, uno già fissato per il prossimo mese alla Festa dell’Unità. E poi le librerie anche online. Incontri con lettori affamati e fiere in giro per l’Italia. Ecco credo sia tutto. Ah quasi dimenticavo, sarà ospite a Buona Domenica da Barbara D’Urso».

Il Ciollo riprende fiato e per qualche minuto non proferisce verbo. La mattina prende luce dall’orizzonte imperlato di nebbia spenta. L’odore dei primi caffè che aprono, coprono, finalmente, la puzza dei cassonetti stracolmi.

«Diamine» pensa Gino Malinconico «Barbara D’Urso» poi ci ripensa su di nuovo «ma chi è Barbara D’Urso?» e un punto interrogativo si forma sulla sua faccia da bovino adulto. Poi fa due passi, lievi, così lievi che non li aveva mai fatti prima. Sembra lievitare, ma solo per un istante.

E come in un racconto di Melville, inconsapevolmente, perché lui non ha mai letto Melville, rivolto verso il Ciollo, verso quella faccia da faina e da carnevale dice solo due parole, poi saluta e se ne va a lavorare.

«Preferirei di no» dice.

E non parlò più per tre lunghi anni.

Una questione d’orecchie

Era un lunedì di luglio. Una di quelle sere identiche alle precedenti. Io me ne tornavo a casa. Avevo tirato giù la saracinesca della mia piccola libreria.

La solita strada. L’ombra mia che mi segue quasi rassegnata. La solita bottiglieria ancora aperta con la vetrina colorata da bottiglie di liquori.

Io non bevo più. L’ho deciso un giorno, senza motivo. Come quando smisi di fumare. Semplicemente non mi andava più.

La libreria non mi fruttava un granchè. Anzi non mi fruttava nulla. Ma era l’unica cosa bella che m’era riuscita di fare in tutta la vita. Che mi piaceva proprio, intendo dire. Per questo perseveravo, contro ogni regola economica, nel tenerla aperta.

I libri che vendevo (si fa per dire) li sceglievo io. Ora capisco di non essere mai stato un grande commerciante. Avevo gusti particolari. Ma allora, quando intrapresi questa attività, non lo sapevo. Proponevo autori forse troppo complicati, troppo impegnativi. Storie dure. Nude e crude.

Mi è sempre piaciuto il realismo. Ma in quel periodo e anche in questo, a dire la verità, mentre scrivo, il pubblico dei lettori voleva farsi coccolare, tranquillizzare, anestetizzare con storie semplici e a lieto fine.

A me il lieto fine m’ha sempre irritato. Preferisco i finali aperti. Fanno lavorare l’immaginazione individuale. E l’immaginazione è il più proficuo esercizio per il cervello.

Quella sera di luglio, superata la bottiglieria, ripensavo a quando facevo l’operaio. Pensavo alla parola stessa: operaio. Dal latino operarium, derivato di opera, lavoro. Ne avevo conosciuti di operai in vita mia, di tutto il mondo o quasi. Gente umile con la dignità scolpita sulla faccia. Ma poi mi venne in mente un’altra faccia, quella di Alberto Sordi in un film di Fellini, I vitelloni, e mi ricordai la mitica battuta «lavoratori, lavoratori della mazza» e il gesto dell’ombrello che ne seguiva. E allora mi venne da ridere e pensai alle due facce della medaglia di questa vita imprevedibile. Quella triste e disperata e quella allegra e fiduciosa.

Mentre filosofeggiavo, una zanzara mi ronzava nell’orecchio e siccome era quello sinistro, non so perché, decisi di girare a destra, in una viuzza seminascosta che profumava di rose. In quella strada, al civico 32, abitava Ludovico, un mio vecchio amico. Vecchio si fa per dire, siamo entrambi dei ragazzini, ancora.

Il mio amico viveva in una mansarda di una palazzina a tre piani. Una palazzina così gradevole da fare male agli occhi. Sembrava lo scorcio di una cartolina. Mi ricordo che i suoi genitori lo chiamavano “ludo” e a me ha sempre fatto un certo effetto quella parola. Forse perché l’associavo alla ludopatia che mi sembrava una parola assai brutta, anche se ne ignoravo il significato.

Comunque io e Ludovico andavamo a scuola insieme, eravamo compagni di banco, andavamo nella stessa palestra di arti marziali, in poche parole eravamo inseparabili. Poi le nostre strade si divisero perché è così che doveva andare e non ci rivedemmo più. Ma io ero sicuro che il mio amico abitava ancora in quella mansarda e anche se era un’idea strampalata, erano passati molti anni da allora, sapevo che l’avrei trovato li se avessi suonato il campanello. Ci pensai per un poco.

Ero ancora lontano ma già potevo scorgere lo scorcio da cartolina e in alto, la luce accesa  della mansarda. Pensai a Ludovico, ma non riuscii ad immaginarlo. Era passato troppo tempo. Di lui mi ricordavo solo le grandi orecchie. Lo prendevano in giro continuamente, per quelle, con la crudeltà che solo degli adolescenti potevano avere.

Ricordo che rimasi impalato davanti al portone nella più profonda indecisione. Poi mi dissi che se fosse stato aperto mi sarei intrufolato e sarei salito fino alla mansarda. M’avvicinai piano e quasi con vergogna spinsi il portone che mi sembrò pesante e verniciato da poco. In due secondi ero dentro. Al buio ma dentro. Cercai come un sonnambulo l’interruttore della luce e quando lo trovai vidi la scala che portava sopra e notai dei panni appesi a una ringhiera. Ci passai davanti. Sapevano di pulito. Il palazzo in fondo mi sembrò lo stesso, solo un poco più invecchiato.

Arrivato al terzo piano vidi la casa di Perticoni. Perito industriale, si leggeva ancora sulla targhetta bronzea. Il signor Perticoni, a quei tempi, mal sopportava le feste che Ludovico faceva nella sua minuscola mansarda. Una volta c’entrammo in 15. E spesso saliva sopra a lamentarsi.

Molte volte, nei pomeriggi annoiati d’estate, sentivamo, di sotto, Perticoni gridare come un pazzo verso la moglie. Urla disumane. A volte si sentiva un tonfo. Qualcosa che cadeva come frutta morta sul pavimento. Ma questo potevamo solo immaginarlo, perché non c’era mai nessuna risposta a quelle grida. Noi, però, sapevamo che erano dirette alla moglie.

Continuai a salire. Arrivai alla mansarda e suonai il campanello. Il nome non era quello di Ludovico. Forse per questo fui così risoluto. Sapevo che non l’avrei trovato. E questo, per qualche strano motivo, mi sollevava.

Aprì la porta uno gnomo, un elfo, un essere di quelli là. Aveva le orecchie a punta ed era magro come un fuscello. Indossava un pigiama azzurrino. Pareva avere tredici anni. Ma poteva benissimo averne quaranta. Mi fece impressione. Comunque gli chiesi di Ludovico. Ma lui naturalmente disse che non lo conosceva, che si era trasferito da poco. Mi consigliò anche di chiedere alla signora di sotto. Era l’inquilina più vecchia, disse, lei di sicuro ne saprà qualcosa. Poi, prima di congedarmi, mi strinse la mano e mi chiese s’ero interessato alla raccolta differenziata. Rimasi per un momento spiazzato dalla domanda. Feci una mezza smorfia e dissi che non m’interessava.

Ridiscesi giù, mi voltai appena per dare un ultimo sguardo alla mansarda e il tizio era ancora la che mi fissava, o meglio, scrutava qualcosa all’orizzonte. Era sempre più inquietante.

Nuovamente davanti alla porta di Perticoni, ripresi fiato, mi passai una mano tra i capelli arruffati e suonai il campanello. Passò un minuto buono. Nessuna risposta. Mentre mi voltavo per andare via, una flebile voce femminile, si fece sentire. Spiegai brevemente chi ero e se per caso avesse notizie di Ludovico. Fu allora che aprì la porta. E io vidi una donna coi capelli grigi e le mani dalla pelle sottilissima che pareva così fragile. Vidi una donna vecchia come il palazzo. Curva ma non stremata. Gracile ma per niente stanca. La nonnina mi osservava da dietro i vetri spessi degli occhiali.

«Arturo» disse, «tu sei Arturo l’amico di Ludovico. Mi ricordo di voi. Ma pensa un po’. Mi ricordo che eravate sempre insieme. Come due gemelli».

Era vero, io e Ludovico passavamo più tempo tra di noi che con le nostre famiglie. Le chiesi se aveva notizie del mio amico. Disse che era da tanto che se n’era andato. Disse che quel giorno, fuori diluviava ed era talmente buio, nonostante fossero le dieci del mattino, che i lampioni nella strada, erano rimasti accesi dalla notte prima. Poi aggiunse «lo ricordo così bene perchè in quel periodo ho perso mio marito». Lo disse con un tono quasi liberatorio, ma forse se n’è accorse e abbassò lo sguardo sullo zerbino.

Il signor Perticoni, pensai. E’ crepato prima lui della moglie. Strana la vita.

Ringraziai la vecchina che mi disse di aspettare un momentino, disse proprio un momentino. Quando tornò, quasi un quarto d’ora dopo, stringeva a malapena una cartolina. Era una fotografia di Disneyland, Los Angeles. Dietro c’era scritto: Un caro saluto a tutti. Mi sto divertendo un mondo.

La grafia era quella chiara di Ludovico, l’avrei riconosciuta tra mille, con la k al posto della c. Mi domandai per quale strano motivo l’avesse lei. Ma non le chiesi spiegazioni. Ero soddisfatto della mia ricerca. Salutai di nuovo e lei mosse una mano con una lentezza infinita e poi disse «sbrigati a tornare a casa, mi sa tanto che viene a piovere forte, ci sono i passeri sul davanzale della finestra» e indicò un punto nascosto alle sue spalle.

Scesi l’ultima rampa di scale, saltando i gradini a tre alla volta, come facevamo con Ludovico. Per poco sugli ultimi tre gradini non mi spezzai una caviglia. Ma non accadde. Mi venne da ridere. Poi immaginai Ludovico nella mia mente. Questa volta me lo ricordai com’era un tempo. Bassino con la carnagione scura, che pareva un siciliano o un arabo. Gli occhi neri come quelli di una gazza. I capelli corvini, impomatati di gel a buon mercato. E le grandi orecchie.

Lo immaginai dall’altra parte del mondo. Lo vidi incrociare Topolino e salutarsi con un sorriso. Mi venne in mente, che almeno quella volta, nessuno l’avrebbe preso in giro per via delle sue orecchie.

Quando fui di nuovo sulla strada feci un respiro profondo. Mi sentivo come un sub dopo un’immersione. Stanco ma felice. Due cani poco distante s’accoppiavano. La scena mi provocò un certo turbamento. Sono strani i cani quando fanno l’amore. Ripresi a camminare. Era tardi ormai e quella sera di luglio era diventata notte. Per la strada non c’era una testa d’uomo.

Feci appena in tempo a rientrare in casa che cominciò a piovere.

Il vecchio Aristide

«Quando si è vecchi, il tempo lo si assapora. Lo si assapora perché lo si conosce meglio».

Questo pensa Aristide seduto sulla panchina nel parco delle Rimembranze.

Ha settantacinque anni, Aristide. Magro come un chiodo, coi capelli bianchissimi e ancora tutti al loro posto, gli occhi blu come un cielo estivo.

Aristide guarda intorno a sé altri vecchi come lui. Alcuni sono fermi, immobili, con gli occhi vagamente vivi. Altri passeggiano lentamente, privi di meta, come stanchi animali da cortile.

Ogni giorno Aristide rimane seduto, per un’ora circa, sempre sulla stessa panchina.

E’ solo al mondo, oramai. L’ultimo della sua famiglia ancora in vita.

Ha sempre un’espressione placida sulla faccia. Quella di chi non si sorprende più di nulla. Ma non è disincanto. Perlopiù si tratta di semplice meraviglia per certe cose. Piccole cose. Come i saltelli svelti di una gazza ladra o un litigio frivolo tra due innamorati. Dettagli minimi che farebbero felice un bambino curioso.

E sorride, Aristide. Perchè ha sempre sorriso molto in vita sua. Sorrisi veri, sentiti, privi di ipocrisia.

Oggi ad Aristide gli va di andare al cinema. Ha pure uno sconto notevole vista l’età. Vorrebbe tanto vedere un film dei suoi tempi. Uno di Fellini, magari. Ma si accontenta di quello che c’è. 

Va a vedere un poliziesco, dove il cattivo uccide tutti senza una vera ragione, quasi per noia. E il commissario, un bel tenebroso che fuma come un turco, arriva sempre in ritardo sul luogo del delitto e non riesce mai a catturarlo. Il film ha un finale aperto. Il commissario che cammina su una strada solitaria. Si ferma un attimo a contemplare una luna bellissima. Stanco e sudato s’accende l’ennesima sigaretta e si rimette in cammino. Campo lungo del commissario che sparisce lentamente all’orizzonte. Nero. Titoli di coda.

Quando s’accendono le luci in sala, Aristide s’accorge di essere solo. Adesso che ha visto il film capisce bene il perché. Si alza lentamente dalla poltrona comoda della platea ed esce fuori.

Un vecchio cane accucciato sui gradini di una chiesa lo guarda con occhi pensierosi. Aristide ricambia lo sguardo. I due sembrano riconoscersi.

Così Aristide si siede accanto al cane e ripensa alla sua vita. Una bella vita. Lui non può lamentarsi. Questo lo sa. E prova un senso di vergogna. Per gli altri. Sopratutto per i giovani. Lui lo sa che la vita s’è complicata invece di diventare più semplice. Non ha risposte per questo. Nessuna frase saggia da confidare a chi verrà. Non ha parole di conforto, nessun consiglio. Guarda il mondo dai gradini della chiesa come se lo vedesse per la prima volta. Palazzi altissimi, auto velocissime, rifiuti accatastai ovunque, gente che passa parlando da sola. Guarda questo mondo e non sorride più. Lui che sorrideva sempre. Gli è passata d’un tratto la voglia. Un tizio s’avvicina minaccioso «Ehi nonno ha degli spiccioli?»

Aristide quasi non lo sente tant’è preso dal suo ragionare, poi alza lo sguardo, solleva i suoi occhi blu e guarda in faccia quella voce. E’ la voce di un ragazzino. Ha la faccia piena di lentigini. Un volto privo d’innocenza. Un volto che sembra quello di un adulto. Aristide lo scruta dall’alto in basso, con lentezza, alla maniera dei vecchi. E quando osserva i suoi piedi s’accorge che è scalzo.

«Dove abiti?» gli chiede Aristide con gli occhi ancora fissi su i suoi piedi nudi.

«Dovunque si possa mangiare e bere gratis»

«E i tuoi genitori non ti staranno cercando?»

«I miei genitori saranno in giro da qualche parte. Di preciso non lo so. E’ tanto che non li vedo. Quasi non ricordo più che faccia abbia mio padre. Quella di mia madre la ricordo ancora però. Ma tanto non importa. Non importa a nessuno.»

Il ragazzo parla e la sua voce ad Aristide sembra provenire da un altro pianeta, da un’altra dimensione.

Nel cielo che s’è abbellito di stelle piccole e luminose, la scia di un aereo appena passato sembra la pennellata di un pittore astratto. Aristide pensa che il cielo sopra la sua testa è sempre lo stesso di quando era anche lui un ragazzino. E questo pensiero fugace, appena espresso, come quella scia, s’affievolisce presto nella sua mente.

«Nonno quando hai smesso di fissare il cielo, che da li non si muove, me li dai questi spiccioli?»

Aristide non sente. Non vuole sentire. Preso com’è nella tenaglia dei suoi ricordi. Sembra ieri il suo passato. Sembra così vicino quasi da poterlo toccare. Ma è solo un’illusione. Il frutto di una prospettiva falsata. Quanto tempo è passato da allora.

«Vieni con me» dice Aristide posando di nuovo lo sguardo sul ragazzino «voglio comprarti un paio di scarpe nuove».

Il cane, che non si è mosso di un passo dai gradini della chiesa, scuote la testa scrollandosi di dosso una mosca fastidiosa. Ha il muso di un lupo e lo sguardo di un vitello. Annusa l’aria che s’è rinfrescata. L’aria fresca della sera.

Aristide e il ragazzo si alzano in piedi. Uno a fianco all’altro formano l’articolo “il”. Il cane guaisce scodinzolando.

«Va bene puoi venire con noi» dice Aristide mentre stringe la mano minuscola del ragazzo.

Per la strada se ne vanno i tre. Il vecchio, il ragazzo e il cane. Come sopravvissuti in un mondo nuovo.

«Ma dove lo troviamo un negozio aperto a quest’ora?» dice il ragazzo.

«Non preoccuparti, conosco un tizio che mi deve un favore. Ha il negozio proprio sotto a dove vive, casa e bottega» risponde il vecchio.

I tre imboccano il loro destino nella luce artificiale dei lampioni.

«Non m’hai detto ancora come ti chiami» dice il vecchio al ragazzo.

«Mi chiamo Nicola, ma tutti mi chiamano Nenè e tu?»

«Io mi chiamo Aristide, semplicemente Aristide».

Poi il vecchio si volta verso il cane, si china e lo accarezza «da oggi ti chiamerai Garibaldi» dice.

Sfumano all’orizzonte le loro ombre. Puntini che sbiadiscono come il fiato sopra un vetro. Solo la voce di Nenè ancora si sente dire «ma chi era Garibaldi?»

«E’ una lunga storia» dice Aristide «un giorno te la racconterò».

Gente di nessuno

Un limite dopo l’altro io salgo”

Era una notte albina. Una notte che sapeva d’alba anche se ancora non lo era.

A tratti meticcia.

S’annuvolava il cielo sopra le teste rasate dei condannati/prigionieri/rifugiati/disperati.

Un grosso gabbiano dall’alto guardava la loro marcia triste. Un cadenzato che suonava come un tamburo fibroso.

I grandi riflettori ai quattro angoli del recinto, illuminavano, cinici, quello spettacolo deprimente.

Venti uomini marciavano, simili a marionette, in tondo, uno dietro la nuca dell’altro senza mai guardarsi in volto.

C’era la luna nel cielo ma era inutile. Bella e inutile.

Venti uomini in cerchio a girare. Scuri in volto come il loro umore.

Venti uomini in circolo per venti minuti a respirare l’aria franca e salmastra e poi dentro. Rinchiusi. E avanti altri venti. Così per tutto il giorno. Per tutta la notte.

Questo spettacolo si replicava a pochi chilometri di distanza, in un altro recinto. Le teste rasate questa volta erano quelle di venti donne. Separavano gli uni dagli altri e i bambini a parte, lontano, nel nulla. Divise dai loro mariti, dai loro fratelli, dai loro simili.

Una sentinella in alto scruta l’orizzonte sospeso sull’acqua neropece del mare.

Che non arrivino altre carrette cariche di esseri umani. Che siamo un paese rispettabile e i piedi in testa non ce li mette nessuno. Siamo un paese cazzuto noi. Finalmente lo sapranno in giro.

Sono io quella sentinella in alto che scruta l’orizzonte. E prima, prima di tutto questo (se un prima c’è mai stato), quando guardavo il mare, provavo un brivido e sognavo ad occhi aperti mondi e paesi lontanissimi. Ora che guardo quella linea retta per tutto il santo giorno, prego il mio dio, di non vedere mai nessuno all’orizzonte. E’ la pura verità.

Che navighino nel nostro mare solo navi da guerra cariche di armi e mastodontiche navi da crociera cariche di turisti. Che vengano a spendere i loro soldi sulle nostre isole, sopra i nostri lungomari.

Quando stacco, perché prima o poi io stacco e ritorno ad essere un uomo, dicevo, quando stacco da questa vedetta che non vuole vedere, torno a casa stanco con gli occhi lucidi per lo sforzo di guardare quel vuoto che a volte si riempie e a volte no.

Allora mi guardo allo specchio e non vedo nessuno.

Qualche giorno fa mi telefona mia madre. Mi dice che è preoccupata di questa situazione. Mi dice esattamente «ho paura» ed io non so che dirle. Vorrei rassicurarla. Dirle che tutto andrà bene. Che vivremo in un mondo più giusto prima o poi. Ma sia lei che io sappiamo che non è vero.

E mi vergogno di essere un uomo.

La complicanza delle cose semplici

I gatti lo sanno. E se non lo sanno i gatti, di certo lo sanno gli alberi, i fiori e gli occhi dei bambini.

C’è qualcosa che passa, c’è qualcosa che scorre, preziosa e invisibile. Eppure c’è. Esiste. E’ come una linfa. Non è la speranza. La speranza lasciamola ai disperati. E’ qualcos’altro.

Giuliano questo lo sa, anche se ha solo dieci anni. E sa pure che le cose belle durano poco. Ma non se ne cura. Guarda fuori dalla finestra della stanza verde e il suo sguardo valica ogni orizzonte, ogni desiderio.

Oggi è un giorno migliore, pensa. Oggi è meglio di ieri.

E i giorni passano, come passi lenti su una strada ripida. Lenti come muli carichi di roba.

Giuliano guarda fuori e non sa nemmeno che giorno sia.

Dal letto dov’è costretto a stare, osserva il riquadro disegnato del mondo. Un disegno bellissimo.

Dalla sua posizione gli riesce difficile anche bere un sorso d’acqua. Sdraiato così com’è. Quasi immobile.

Un bambino non dovrebbe stare fermo per così tanto tempo.

Giuliano che non doveva neppure esserci quella sera. Quella maledetta sera di ottobre. Pioggerella fastidiosa come le zanzare. Quella scala. Ci deve essere sempre una scala. Perchè le fanno così ripide. Maledette scale. Che Giuliano non sapeva che le fanno così ripide. Maledetti ingegneri delle scale. Ripide e scivolose. Come la pioggerella che batteva fuori, a tratti, orchestrale.

E Giuliano arrivò alla scala che portava in basso. Maledetta scala. Poteva meglio salire che scendere. Quando sali è più faticoso ma meno movimentato. Che se c’era del sapone sul pavimento di legno liscio, Giuliano si poteva pure salvare. Ma così com’è precipitato, goffo, nello spavento della morte, s’è quasi rotto l’osso del collo come uno schiocco di dita. Giù, liscio, come un pupo di pezza.

Ma Giuliano questo non lo sa. O meglio non lo sa più. Perchè quando capitano certe complicanze, che nella vita possono capitare, si dimentica l’accaduto concentrandosi sul presente.

In questo presente che è quasi notturno.

Dalla sua finestra, Giuliano, ogni sera, vede un gatto bianco e grigio saltare leggero sui tetti della città addormentata. E il gatto s’avvicina sempre di più. Salta sui tetti con naturalezza, senza il minimo sforzo. Una bellezza a vedersi. E quel gatto ha gli occhi gialli e pacifici. Come un sorriso antico.

Ma quello che vede Giuliano non è tanto il gatto, bella creatura, per carità. Nemmeno l’eleganza dei movimenti. Giuliano osserva la città addormentata. Le mille lucine accese degli abitati. E immagina di conoscere le persone che ci vivono.

E gli occhi gialli del gatto diventano i fanali di una macchina improbabile che si muove a zig zag come un’ombra oblunga che serpeggia senza frenate. E poi la macchina si ferma proprio davanti alla sua finestra. E sta li, pensosa. E non scende nessuno. Si, questa macchina è bella, pensa Giuliano, ma preferisco il gatto se proprio devo scegliere. Così la macchina svanisce lentamente, sbiadendo nel tempo che fu, e di nuovo gli occhi gialli del gatto brillano nel buio della sera come quelli di un cucciolo.

L’attenzione è tutto nella vita, sopratutto in certi momenti. E Giuliano è attento e guarda senza muovere la testa. Guarda fuori. Guarda dentro di sé. Fa quello che può. E capisce che vorrebbe essere proprio quel gatto. E pensa; io sono quel gatto. Adesso salto da un tetto all’altro.

Io, che sono sdraiato accanto a lui, vedo la sua ombra piccola attraverso il paravento giallo che ci divide. Non l’ho mai visto in faccia da quando sono qui eppure riesco a sentire i suoi pensieri e vedo nitidi i suoi sogni ad occhi aperti. Sono gli stessi che faccio io. A me manca solo la finestra. Ma questo è un piccolo dettaglio.

I giorni qui sono lunghi, anzi, sembra di vivere un unico giorno che non finisce mai, ma se guardo fuori dalla mia finestra mi dico: domani andrà meglio, domani andrà meglio.

Così pensa anche Giuliano e mentre sussurra queste tre parole gli viene da ridere.

Mio fratello

«Se mi porti con te, giuro che faccio il bravo. Non come quella volta che ho ficcato il naso… lo giuro sulla testa calva di povero nonno».

Stavamo sul ciglio della strada, mio fratello ed io, a guardare, estasiati, i bagliori nel cielo che annunciavano un temporale nei paraggi.

Uno di fianco all’altro, sul ciglio pietroso della Litoranea.

L’aria elettrica sapeva di salsedine. Profumava della schiuma delle onde. Vicino a noi c’era il mare. Potevamo sentirne il fragore come in un bisbiglio.

I bagliori si facevano sempre più vividi. Scariche nel cielo, tra le stelle. Dietro un nuvolone nero apparivano e sparivano.

«Va bene» dissi io «vieni con me. Ma comportati bene».

Mio fratello mi guardò con la sua solita espressione da cavallo drogato. E i suoi dentoni scintillarono come i lampi nel cielo.

Mio fratello non è cattivo. In fondo al suo grosso cuore di bue c’è l’innocenza che appartiene ai bambini piccoli. La malattia che ha avuto, quand’era ancora in fasce, lo ha reso immune, per certi versi, alla sporcizia degli uomini adulti, lo ha mantenuto puro. Dall’altra parte, però, le sue grandi mani, la sua forza incontrollabile, spesso, hanno fatto più danni che il resto.

Camminiamo in silenzio, uno di fianco all’altro, tra l’asfalto e la terra secca. La strada adesso è illuminata da una luna gialla che gioca a nascondino con un ricciolo di nuvola. La casa del mio amico non è lontana. Inizio a sentire della musica. Un vociare confuso e incomprensibile. La festa è già cominciata.

Il mio amico vive in una villa bianca che guarda il mare. E’ talmente vicina alla spiaggia che la sabbia ricopre le ringhiere della recinzione. Giace persino sopra le tegole rosse del tetto.

Il vocio ora è più distinto. Riconosco alcune voci e ne ricordo la faccia. Sono volti che non vedo da tanto tempo.

Mio fratello da quando s’è ripromesso di fare il bravo, non ha aperto bocca per tutto il tragitto, impegnato com’era a mantenere la sua promessa. Ora che stiamo per entrare lo guardo con gentilezza e gli dico «Puoi anche rilassarti un pochino, se no che sei venuto a fare?»

Ride e si scrolla via quella pesantezza di dosso. Pare sollevato e mi fa un segno con la mano per rassicurarmi.

Siamo dentro. Nel giardino mille fiammelle illuminano il vialetto. Si ride molto. Si beve molto.

Ci viene incontro Enrico, il padrone di casa. Mi stringe a sé con vigore e sento il suo alito caldo che sa di gin. «Ho portato con me mio fratello, spero non sia un problema» gli dico in un orecchio. La musica complica la comunicazione. «Nessun problema» dice «Mi casa es su casa. Prendetevi da bere e divertitevi» mi strizza l’occhio e si dilegua tra le sagome nere del giardino.

La casa bianca è quadrata e ha finestre grandi illuminate come occhi nelle tenebre. La luna s’è nascosta e le sole fiammelle sparse un po’ dovunque, illuminano tutto a malapena.

La poca luce crea, però, un’atmosfera d’intimità anche se c’è tanta gente in giro.

Incontro Martino, un vecchio compagno di liceo. Lo trovo in forma. Anche troppo. Visto che è diventato un culturista. I suoi bicipidi sembrano duri come noci di cocco. E’ impettito come un gallo ruspante.

Mio fratello è sempre al mio fianco come un’ombra anomala. Scuote la testa al ritmo della musica. E’ alto, mio fratello, una vera montagna rocciosa. I dottori hanno sempre detto che il suo fisico è inversamente proporzionale al suo cervello. Io non li ho mai creduto perché loro non lo conoscono bene come me.

Gli dico di farsi un giro e di rilassarsi. Lui mi volte le spalle e ciondolando sparisce nella penombra.

«E’ proprio bello questo posto. Mio fratello mi vuole bene. Lui si che me ne vuole. Mi ha portato in un posto così bello che quasi non mi sembra vero. Tutte queste lucine sono magiche. Quanta gente che c’è. Sembrano tutti felici. Anch’io sono felice. Ora mi tolgo le scarpe e metto i piedi nell’erba fresca. Mi piace tanto mettere i piedi nell’erba fresca».

Tra le sagome nere riconosco Nino Conte. All’epoca era un mezzo delinquente. Un attaccabrighe. Se ne andava tutto il giorno in giro con il suo Red Rose e dio solo sa cosa faceva quando spariva inaspettatamente. A me Nino Conte m’aveva sempre fatto un po’ di tristezza. Era tanto spavaldo quanto solo. Ricordo le zuffe. Parecchie volte c’eravamo attaccati per uno sguardo inteso male o per qualche ragazza della scuola. Io ero magro allora, proprio come adesso, ma picchiavo duro e graffiavo come un gatto permaloso.

Tra le sagome nere c’è anche lui stasera, ma non mi vede.

«E’ fresca l’erba sotto i piedi. Guarda che cielo speciale che c’è stasera. Da qui vedo tutte le stelle, tutte le costellazioni. Quanto mi piacciono le costellazioni. Il nonno diceva sempre che se non riesci a vedere le stelle nel cielo c’è qualcosa che manca dentro di te: la fantasia. Io le stelle le vedo sempre, ovunque mi trovi… guarda, il Piccolo carro, è proprio lì. E sotto di lui come al solito c’è il Grande Carro… se mi sforzo un pochino vedo anche le mie costellazioni. Quelle che vedo solo io. La costellazione dell’Ippocampo, quella della Testa di lucertola, il Piccolo rospo e la Faccia di donna. La Faccia di donna è quella che mi piace di più, sembra il volto della mamma… era bella la mamma».

La serata scivola via come un liquore nel bicchiere. I miei vecchi amici sono tutti un po’ invecchiati. Loro penseranno lo stesso di me. Chi se ne frega, in fondo è la pura verità. Questa festa mi pare una galleria di volti antichi. Eppure anche loro fanno parte della mia vita. Strano che faccia questi pensieri. Forse ho bevuto troppo. Quando bevo divento nostalgico. Ma dov’è finito mio fratello?

Mi guardo intorno ma non riesco a vederlo. Mi devo preoccupare? Faccio un giro nel giardino.  Lo trovo seduto vicino alla grande palma, a piedi scalzi, che guarda il cielo. M’avvicino lentamente, barcollando, alcolico. «Che fai di bello, fratellone?» gli dico piano alle spalle. Lui si volta. Ha il viso illuminato da una gioia vera. «Guardo il volto della mamma. Se ti avvicini un pochino lo puoi vedere anche tu».

M’affianco e mi siedo proprio vicino a lui. Con la sua manona mi indica un punto lontano nel cielo brunito.

«Guarda» mi dice «è proprio là dove luccicano di più le stelle».

Ispettore Gaglioffo

Quando arrivò sul posto, un pianerottolo triste, dai muri screpolati e il pavimento scorticato, l’ispettore Gaglioffo, avvertì subito un intenso odore di acqua di colonia.

«Strano» disse «questo vecchio palazzo sa di cavolo bollito. Ma qui c’è un odore differente. Qualcuno ha marcato il territorio senza volerlo».

Barbuto. Alto e robusto come un armadio di noce antico, l’ispettore Gaglioffo annusava l’aria. Sembrava un cane da caccia. Era quella la sua specialità. Inseguire gli odori.

«Perchè ogni azione compiuta, possiede sempre un proprio odore» così diceva a chi lo guardava incuriosito. Difatti l’ispettore, si metteva proprio a quattro zampe. Sembrava un grosso leone massiccio e monumentale chinato nella polvere.

Una porta sul pianerottolo era semiaperta. Un uscio misterioso simile a uno scrigno. Una luce da dentro filtrava fuori come un bagliore flebile, da lontano. Faro dimenticato sopra un’isola dimenticata.

L’ispettore avvertì subito l’odore della solitudine. Così acquattato su quel pavimento lurido. E l’odore aumentò, quando mise piede nell’appartamento. Una stanza grande che sapeva di grigio e pane abbrustolito. Sopra un tavolo un giornale aperto e una clessidra. Alcuni fiori morti in un vaso alla finestra. Una riproduzione di un autoritratto di Munch appeso alla parete.

In fondo allo stanzone c’era un’altra piccola stanza. L’ispettore Gaglioffo fece un respiro profondo. I suoi polmoni da gigante si gonfiarono come palloni e forte annusò l’odore della morte.

A dire il vero quella puzza la sentivano tutti gli abitanti del palazzo. Per questo era stato chiamato. Ma lui andava per gradi di odore. Prima la solitudine, poi la morte. Conseguenza la seconda della prima. Questo pensò l’ispettore quando entrò nella piccola stanza. L’odore era opprimente.

Un corpo giaceva sul letto. Pareva uno straccio buttato lì per caso.

Nella penombra sembrava minuscolo.

L’ispettore, avvicinandosi al capezzale, vide la magrezza di un vecchio morto stecchito. Indossava un pigiama di seta rossa. Nessun segno di violenza.

In quella stanza regnava la pace. Il vecchio semplicemente stava là.

L’ispettore aprì la finestra che la mano gli tremava ancora. E questo non era da lui.

L’aria fresca entrò nella stanza come una liberazione. Insieme al puzzo volò via anche l’anima del vecchio. Questo l’ispettore lo sapeva bene. Perché credeva ad una vecchia leggenda sentita quand’era un ragazzino.

Guardò fuori. Guardò lontano. Oltre ogni pensiero. Là dove vanno a morire i sogni assieme alle giornate. E avvertì l’odore dell’ingiustizia.

Di nuovo fissò il vecchio che non s’era mosso, non s’era svegliato. E poi vide, adagiata sul comodino, proprio sotto la finestra, una cartellina verde.

Subito ne riconobbe la provenienza. Sentì l’odore delle stanze anonime del Ministero, quello degli uffici dell’Agenzia delle Entrate.

Era una cartella esattoriale destinata a tale Giuseppe Malinconico. Ecco cos’era quella puzza tremenda. L’odore delle tasse. Ed erano parecchi soldi a giudicare dagli zeri.

Malinconico Giuseppe ora giaceva su quel letto, disarmato.

Uscito dall’appartamento, l’ispettore vide quel nome sulla targhetta sopra al campanello.

Sorrise amaramente. Poi tornò dentro. Fece qualche telefonata e venne a sapere che il signor Malinconico era stato un uomo integerrimo. Un grande lavoratore in passato, poi tranquillo pensionato. Aveva ottantatre anni. Mai una multa. Mai un debito. Era anche stato un donatore di sangue. Non aveva moglie. Ne tanto meno figli.

L’ispettore Gaglioffo rabbrividì per un istante. Nel suo cervello in continuo movimento, un’idea gli balenò agghiacciante: il Malinconico era morto di crepacuore. Fulminato dal sistema che aveva sempre rispettato.

Quando arrivò il medico legale non fece altro che constatare il decesso, attribuendolo ad una crisi cardiaca. Il caso fu archiviato come morte naturale. Anche se c’era sempre la questione della porta lasciata aperta, ma il vecchio era molto vecchio e anche un po’ rincoglionito e quindi di sicuro l’aveva lasciata aperta lui sbadatamente.

L’ispettore Gaglioffo se ne andò mestamente. Curvo, come un ombrello vecchio, verso il tramonto che arrossava tutta la città. Attraversò la strada e passando vicino ad un portone, avvertì di nuovo quell’odore di acqua di colonia. Sentì un campanello suonare all’interno del palazzo. Sentì il cigolio della porta che si apriva e poi un urlo straziante, seguito da un tonfo, come di chi cade perdendo i sensi.

«Eccone un altro» disse tra sé l’ispettore Gaglioffo «non finirà mai questa carneficina».

La guerra di Piero

Lungo l’alzaia scorre il fiume. Un fiumiciattolo, a dire il vero, melmoso e maleodorante.

Ingrigito dagli anni che passano, stretto nelle sue spalle da facchino, Piero cammina lento e manda sbuffi di fumo sopra la sua testa canuta.

Fuma un toscanello e le sue gambe magre già rimpiangono le lenzuola di flanella dov’erano adagiate poco tempo prima.

E’ mattina. Che ancora non si vede luce.

L’alzaia è lunga tre chilometri e Piero la percorre tutta ogni maledetto giorno. Dalla casa al magazzino.

Facchino lo è per necessità e non per scelta. La scelta è qualcosa di vago che gioca a nascondino tra i rottami del suo passato. Nei suoi ricordi. Nel tempo in cui doveva fare e non ha fatto. Pur facendo. Perchè nella vita, vuoi o non vuoi, qualcosa la devi fare per forza.

A furia di percorrere quella strada ogni giorno, quel rivolo d’acqua sporca, che scorre pur restando fermo, è diventato così familiare, da sembrargli rassicurante.

Qualche macchina passa, ignorandolo.

Il fumo del toscanello forma grandi volute bianche che volano verso il cielo.

Gente in giro ancora non se ne vede. Per fortuna. Che Piero non è a suo agio tra le persone.

Oggi è giorno di paga. Il giorno che rende onore e merito. Il giorno in cui si concretizza la dannata fatica di un mese intero. Piero questo lo sa bene. Lui che non si risparmia mai.

Cammina svelto mentre la mattina lo segue alle spalle. Si ferma per un attimo, voltandosi a guardare quell’alba magica che cresce all’orizzonte.

Piero è un combattente. Ma non ha divisa, non ha fucili o mitra per sparare. Solo le sue braccia eroiche. La sua forza di volontà. L’istinto di sopravvivenza. Armi che a dire il vero lo rendono quasi invincibile.

Perchè quella di Piero non è una guerra tra stati sovrani. Non è uno scontro tra “civiltà”. Non è una disputa per stabilire confini e dominio.

Quella di Piero è una guerra senza medaglie, senza bandiere, senza promozioni sul campo.

E’ una guerra metaforica.

Manca ormai solo un chilometro al solito arrivo. Da lontano, Piero vede già la grande insegna verde del magazzino. Già i camion attendono vicino alle rampe di carico e scarico. E qualche testa d’uomo fuma avidamente prima di entrare. C’è nell’aria odore di polvere e nafta. Il magazzino brilla ancora di luci artificiali.

Nel parcheggio davanti all’entrata, Piero si ferma a prender fiato, che tre chilometri a piedi, nonostante l’abitudine, si fanno sempre sentire.

Ed eccolo pronto, indomito, varcare la solita entrata. Eccolo che con gli stessi passi, trentadue per la precisione, s’avvicina al marcatempo. Passa il badge sopra il lettore ottico.

Ecco adesso Piero è pronto per combattere.